Finalmente
è arrivato anche il 12 settembre, giorno della nostra partenza per la Sardegna.
Le ultime due settimane sono state davvero impegnative, perché abbiamo fatto
pitturare tutta la casa, soffitti perlinati compresi. Siamo riusciti a preparare
tutto nonostante fossimo in una situazione di semi trasloco.
Giovedì
mattina, dopo aver pulito e sistemato casa, siamo partiti verso le 10.30. Il
viaggio verso Livorno è stato tranquillo e veloce, siamo arrivati al porto con
ampio anticipo. Attendere l’imbarco e osservare tutte le operazioni è stato
davvero interessate, soprattutto per me che non avevo mai preso un traghetto di
queste dimensioni.
I
cani si sono comportati benissimo e nessuno ci ha obbligati a indossargli le
museruole. Abbiamo potuto portarli addirittura al ristorante. Durante la notte
non abbiamo riposato molto perché la cabina era davvero molto rumorosa. Ma il
momento dello sbarco è arrivato veloce e al sorgere del sole eravamo già su
suolo sardo.
Da
Golfo Aranci ci siam diretti verso S. Teresa di Gallura, dopo una breve visita
a questa bella cittadina, ci siamo diretti verso Castelsardo. Non siamo
riusciti a entrare in paese a causa del traffico nelle strade strette, e non
abbiamo nemmeno trovato un posteggi oadatto al nostro camper. Abbiamo pertanto
sostato al porto turistico, all’obra di alcuni alberi e abbiamo anche avuto la
fortuna di trovare un ristorante eccellente che proponeva cucina sarda. Durante
il pranzo è stato bello conversare con una coppia del posto, anche se lui originario
di Roma, lei invece sarda al 100%. Sposati da 48 anni, hanno portato avanti
l’azienda agricola del padre di lei. Specializzandosi in due qualità di uve e
alcuni ortaggi. Beppe ovviamente era affascinato, lui amante del vino e della
sua produzione. Inoltre, i due anziani coniugi, ci hanno raccontato molti
aneddoti e usanze di questa terra così ricca di tradizioni, di gusti e sapori,
di curiosità. Ascoltarli era un piacere. Abbiamo scoperto come si fa il pane
carasau o, nel nostro caso, guttieddu, e abbiamo anche assaggiato le seadas!
Incontri
preziosi che avvicinano al posto che abbiamo appena iniziato a scoprire.
16.9.2019
Dopo
una visita alla città di Alghero che, pur essendo molto turistica, in questa
stagione mantiene un fascino discreto, abbiamo affrontato il viaggio di pochi
chilometri ma di lunga durata, verso la necropoli di S. Andrea Priu con le sue
Domus de Janas. La più grande della Sardegna e molto probabilmente la più
grande dell’Europa occidentale.
È
impressionante il grande lavoro che hanno compiuto queste immagino minuscole
persone. La roccia è stata scolpita sicuramente con tanta fatica utilizzando
unicamente le pietre (basalto molto probabilmente) e con questi pochi mezzi
hanno ricavato una tomba collettiva di 250 m2, composta da tanti piccoli loculi
oltre che dalle più ampie stanze all’entrata. Il tutto a riproduzione di quello
che erano le loro tipiche abitazioni. Sono presenti e ben riconoscibili anche
gli “altari2 in cui venivano deposti i doni (spezie, profumi, fiori, olii) e
anche un focolare circolare per i loro rituali. Tutto scavato nella roccia.
Nella parte alta della tomba, sul tetto per così dire, è situato il famoso toro
(figura che veniva venerata) senza la testa. La cui sorta, semmai sia esistita,
non è ancora stata ben ricostruita.
Nei
secoli successivi la tomba è stata utilizzata da altri popoli e trasformata in
luogo sacro, le decorazioni primitive in parte sostituite e le pareti sono
state intonacate e affrescate con immagini cristiane.
Mi
ha colpito vedere quanto tempo, quanta fatica e cura, veniva dedicata al culto
dei morti da parte dei popoli che popolavano queste regioni oltre 6000 anni fa.
Come già essi pensassero che i morti sarebbero rinati e per questo motivo li
deponevano in posizione fetale e costruivano le tombe simili alle loro
abitazioni, perché potessero rinascere in un ambiente famigliare.
Dopo
la visita, avremmo voluto pernottare in un agriturismo a pochi chilometri di
distanza. Abbiamo percorso una stretta e dissestata strada di campagna fino alla
sperduta fattoria, ma quando siamo arrivati, i titolari stavano andando via.
Abbiamo deciso quindi di riprendere la strada e ritornare verso il mare.
L’itinerario che avevamo preparato prima di partire prevedeva un pernottamento
a S’Abba Druche, l’Acqua Dolce. Abbiamo dunque impostato il navigatore e verso
le nove di sera, quando era ormai già buio, siamo arrivati all’area di sosta.
Abbiamo parcheggiato il camper, allacciato la corrente e poi ci siamo subito
incamminati alla ricerca del ristorante all’interno dell’area. Nel buio
sentivamo lo sciabordio delle onde. Il mare era proprio li a due passi, buio e
misterioso ma affascinante come sempre.
Il
mattino dopo, mentre Beppe ancora dormiva, ho portato i cani a fare la prima
passeggiata e quasi non credevo ai miei occhi nel vedere la meraviglia che ci
circondava. Eravamo capitati in un posto bellissimo, direttamente sul mare e
circondati dalle colline. Nessuna casa, nessun villaggio, soltanto mare,
macchia e camper. Ho subito avvistato una piazzola che pareva una terrazza sul
mare e quasi non riuscivo ad attendere che Beppe si svegliasse per chiedergli
di spostarci. Nel frattempo, per paura che arrivassero nuovi ospiti e ce la
“fregassero”, ho sistemato sedie e stuoie, per simulare l’occupazione. Appena possibile
ci siamo spostati, il camper posizionato in orizzontale e la veranda
direttamente sul mare. Una situazione fantastica, come solo si può sognare di
trovare.
In
questo posto magnifico abbiamo sostato per due giorni interi, al mattino del
terzo giorno siamo ripartiti. Il nomadismo che si impossessa di noi non appena
saliamo sul camper, non ci lascia scampo, e nemmeno il luogo più bello riesce a
farci desistere dal riprendere il viaggio alla scoperta di nuove mete.











